La mia Expo è differente.

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Expo? Si, grazie. No, assolutamente. E’ utile. E’ uno spreco. E’ stata un successo. Che fallimento!

Nell’ambito della piena libertà di pensiero, parola ed espressione, vi dico la mia.

Sono alla quinta visita in Expo e ne prevedo almeno altre due.

Ho avuto la fortuna di essere invitata a diversi eventi, convegni, cookingshow, completamente spesata e, in un paio di occasioni, anche retribuita, ma già dalla prima visita ho pensato che ci sarei andata comunque. In fondo, io nel cibo ci sguazzo, lo studio, lo elaboro, lo manipolo.

E’ la mia passione ed il mio lavoro. Potevo mancare? Però gli oltre 35 euro (non so esattamente la cifra) del biglietto mi sembrano, ad onor del vero, un poco eccessivi. 20 euro andavano più che bene, e li avrei ritenuti ben spesi.

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Premetto che non ho visitato e non visiterò i padiglioni più gettonati: Italia, Giappone, Emirati Arabi, non avranno la mia presenza. Facciamo un veloce calcolo, considerando di arrivare in Expo alle 10: almeno un’ora di fila, mi dicono, all’ingresso. Davanti ai padiglioni più richiesti, le code si aggirano intorno alle 3 ore. Ergo: 10 ore per entrare, visitare tre padiglioni (saltando il pranzo e tenendosi la pipì) e andare via. Per 35 euro? Mi guardo un documentario del National Geographic e faccio prima.

Io ho visitato tutti i padiglioni più sfigati (si può dire?), quelli dove non c’era nemmeno una mosca a svolazzare davanti, non essendoci olezzo di sudore-da-coda-sotto-il-sole a richiamarla.

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Quelli dove giovani hostess e steward ti elargivano sorrisi smaglianti, ti seguivano e ti coccolavano per tutta la durata della visita (in genere molto breve: l’ho detto che sono padiglioni sfigati, si?) e ti riempivano le orecchie di informazioni, le tasche di opuscoli e lo stomaco di assaggini, per invogliarti a far guadagnare qualcosa al loro ristorante.

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E così ho visitato almeno metà dei paesi partecipanti ed ho goduto della visione di meraviglie che probabilmente non rivedrò mai più. In questo, devo dire, l’Expo è stata utilissima. Dal messaggio diretto e preciso della Corea, ai meravigliosi aromi della Thailandia, mi è piaciuto tutto, in particolare lo sforzo che ogni paese ha prodotto per farsi conoscere ed apprezzare.

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Ma il messaggio iniziale? Il cibo per la vita? I suggerimenti e le iniziative per vincere la fame? Le nuove frontiere del cibo, l’ecosostenibilità, la genuinità, l’evoluzione del gusto, la valorizzazione delle risorse, dov’erano? Io non le ho viste.

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Sarà che ci ho un’età e la vista comincia a fare cilecca, sarà che ero distratta dal caos fuori controllo, sarà quel che sarà, io il messaggio non l’ho percepito. Mi è sembrata un bellissimo mercatino un po’ più che rionale, con una grande esposizione di generi alimentari da promuovere.

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A tal proposito, una nota di demerito ai ristoranti: molti piatti, inusuali e al di fuori delle nostre abitudini, sarebbero interessanti, invoglianti e magari anche appetitosi nel loro habitat naturale. In installazioni da autogrill, con le sedie pieghevoli in plastica, risultavano davvero poco appetitosi e spingevano la gente ad andare al McD…, che era sempre pieno. Con buona pace del messaggio.

Poi un ultimo, triste, appunto, ai tanti che hanno boicottato l’Expo dichiarandolo uno spreco di risorse che potevano essere utilizzate per dare da mangiare a tanti affamati. Giusto. Ne parlo  con l’amico milanese anti-Expo che vive ad Arcore, gira con una Lamborghini (lui; la moglie ha una Mercedes con l’autista e la figlia una Ferrari California), e va in vacanza intorno al mondo ogni tre mesi circa (no, non è nemmeno parente di “lui”, ma fa l’avvocato divorzista e magari l’ha avuto tra i clienti): “Forse hai ragione. Tu cosa fai contro la fame nel mondo?” “Béh, sai, vorrei fare, ma non è facile trovare un’istituzione seria, garantita, magari i tuoi soldi poi vanno nelle tasche di chissà chi, e i generi alimentari non li prendono…”

Scusate, ho da fare, vado all’Expo che almeno fa parlare.

Nelle prossime visite, conto di passare in un’altra decina di padiglioni, code permettendo.

Se ci andate, salutatemi il palazzo Italia: io, tanto, in Italia ci vivo tutto l’anno.

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